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ESTETICA 14-11-2005. Stefano Garroni:Senza dubbio.Содержание книги
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https://www.youtube.com/watch?v=NO7XJF7mWsQ&list=PL05B862A247793138
PREAMBOLO: I titoli degli incontri seminariali non sono mai rigorosamente indicativi dell’argomento trattato, poiché il tono colloquiale delle lezioni di Stefano Garroni e la stessa natura degli incontri (una serie di seminari collettivamente autogestiti miranti alla formazione marxista di quadri comunisti) fanno sì che la sua esposizione, fatta a braccio e sovente improvvisata, non sia mai sistematica (come sarebbe stata in un intervento scritto), né circoscritta all’argomento richiamato dal titolo, ma sempre aperta ad allargarsi verso ulteriori tematiche, inizialmente non previste; spesso suggerite dagli interventi degli altri compagni che lo seguivano nei seminari. NOTA: fra parentesi quadre il Redattore fa delle aggiunte per rendere più semplice la comprensione degli interventi e la stessa esposizione.
1/9 Stefano Garroni: […] sul rapporto uomo – natura – società, rapporto che ha la finalità da un lato di umanizzazione dell’uomo e dall’altro di umanizzazione della natura, cioè di rendere la natura [ospitale] per l’uomo. Una concezione di questo genere lega l’arte alla situazione storica, al tipo di società, ma si occupa anche della tecnica dell’artista, perché appunto l’opera d’arte è un fare, è un aspetto dell’attività pratica dell’uomo e quindi l’elemento tecnica è un elemento fondamentale: l’elemento scelta del materiale che uso che condiziona ovviamente anche gli strumenti. Ad esempio i marxisti che si sono occupati di cinema generalmente hanno sostenuto che lo specifico filmico è dato dalla macchina da presa e dal montaggio. Ora, questa concezione dell’arte come aspetto pratico dell’uomo ha un obiettivo polemico fondamentale, e cioè la concezione romantica e mistica, che è quella per cui è il risultato di una situazione, l’artista riceve dentro di sé una sollecitazione, una spinta, una illuminazione improvvisa, per cui produce anche in condizioni di non piena coscienza, e l’arte – in questa prospettiva romantica – non ha a che fare con la pratica umana nel senso che definisce un altro ambito della pratica, ma non la pratica nel senso comune del termine, quindi per esempio, che so, dico: quell’uomo di cinema che lavora la pellicola, la taglia, che sposta gli attori, che organizza la scena ecc., fa una serie di cose che sono pratiche nel senso comune del termine. Ecco, la pratica nel senso dell’arte romantica non è questa, ma la pratica nel senso romantico è la pratica dello spirito e quindi è il risultato di questo invasamento, di quest’ispirazione, che non necessariamente si accompagna alla coscienza. Il produttore dell’opera d’arte può ben meravigliarsi di ciò che fa alla fine, del risultato del suo lavoro in una prospettiva romantica e dire: “Ecco quello che volevo fare!”, perché appunto non si tratta di un’attività consapevole. Un altro aspetto caratteristico è il problema: chi è l’autore di un film? Anche questo è molto importante perché di solito [si dice] che l’autore è un autore collettivo: è il regista, è lo sceneggiatore, è chi usa praticamente la macchina da presa, è l’attore, tanto che è necessario che quest’equipe che lavora per un film, sia prima d’accordo sul senso del film che stanno per fare, sul significato suo, sulle finalità che si pongono con quel film, quindi c’è anche un momento, come dire, di accordo ideologico, per cui l’autore è un soggetto collettivo e non individuale. Ovviamente nella prospettiva dell’estetica romantica l’autore invece è sempre un individuo, quell’individuo che ha il privilegio dell’invasamento, dell’ispirazione ecc. Ora, non è da credere che questo tipo di contrapposizione tra concezioni dell’arte appartenga al mondo moderno: è una contrapposizione che viene da lontano, ha le sue radici nella cultura dell’antica Grecia, e che trova un suo momento particolarmente importante e interessante di discussione e di dibattito, nella retorica, cioè nell’arte retorica, cioè nell’arte dell’oratoria. Perché è particolarmente importante? Perché in realtà il momento della retorica è – lo vedremo attraverso citazioni ad hoc – intimamente legato a tutti gli aspetti della vita pratica umana, e il retro dell’oratore deve avere capacità artistiche nel senso di attore: deve sapersi muovere, usare le mani, usare certe espressioni del volto, come strumenti per ottenere quel risultato del convincimento del pubblico, quindi è realmente un attore. Ecco, nel discutere la figura delle regole, si presenta un’altra concezione, quella a cui accennavo prima, diciamo quella alla marxista. Ora, credo che sia molto importante sottolineare che un qualche problema, una qualche questione culturale, ha una lunga storia, perché se ha una lunga storia non finisce semplicemente ma continuerà nel tempo. Come Togliatti diceva: “Veniamo da lontano e andiamo lontano”. Certo, il dibattito tra romanticismo e non romanticismo si presenta storicamente come non deve essere e cosa non deve essere, però si presenta nella storia in vari momenti continuamente e si ripresenterà. Non è il caso di farlo adesso, ma in molti comportamenti dell’uomo contemporaneo c’è una condizione immiserita della polemica dell’Ottocento decadente europeo. La droga, l’omosessualità ecc., sono tutti fenomeni della fine dell’Ottocento europeo che vengono riproposti oggi in forma più squallida, più misera, però appunto è una tematica che viene da lontano, ed è questa del romanticismo o del realismo. Ho detto realismo e non razionalismo, perché qualche volta con razionalismo si intende una certa tradizione illuministica che ha dimostrato storicamente la sua insufficienza. C’è però anche un altro problema. Per esempio coloro i quali si occupano di arte ispirandosi al marxismo, ovviamente hanno studiato Marx, Engels, Lenin, ma anche la Luxemburg, anche Liebknecht, dal punto di vista della loro riflessione artistica: questa è una mistificazione perché non esiste l’estetica dei classici del marxismo, ma esiste un’altra cosa. In Inghilterra è stato pubblicato anni fa un libro che è stato tradotto anche in italiano, e in italiano appare come una biblioteca di Marx. [S.S. Prawer, La biblioteca di Marx, Garzanti 1978]
2/9 Stefano Garroni: È un libro formidabile perché ripercorre tutte le letture che Marx ha fatto in ambito artistico, quindi drammi, poesie, romanzi ecc., ed è interessantissimo che attraverso il rapporto che Marx ha con Boccaccio, con Shakespeare, con Petrarca, con Cervantes, Dante ecc., abbiamo la possibilità di ricostruire sostanzialmente il pensiero di Marx, quello che poi troviamo ne Il capitale. Cioè la cultura letteraria e artistica è una componente fondamentale di Marx perché Marx appartiene ad una certa epoca, in cui esistevano dei personaggi pressoché scomparsi, cioè uomini che affrontavano con coraggio, costanza, con durezza i problemi, e che quindi per esempio avevano anche una vasta cultura, una grande conoscenza. Marx impara lo spagnolo per leggere il Don Chisciotte per esempio. Per leggere i giornali stranieri impara la lingua. Voi sapete che Marx è un personaggio che deve ricevere i soldi da Engels perché sennò non mangia, che non ha i soldi per pagare i funerali dei figli che muoiono. Eppure è una persona, appunto, uomo del suo tempo - è il tempo di Hegel, è il tempo di Kant, è il tempo di Schelling – e ha una vasta, seria, approfondita cultura, di cui la letteratura e l’arte è una componente essenziale. Allora è possibile cogliere, come dire, un orientamento, un gusto di Marx, non un’estetica, non la volontà di costruire una teoria sistematica intorno all’arte. Con Lenin la cosa è ancora più chiara: Lenin con estrema chiarezza, per esempio affrontando il tema Maksim Gorkij, si chiede esplicitamente: “A cosa mi può servire a me Gorkij? Io sono dirigente di un partito politico e questo è un artista: la sua opera a che mi può servire a me dirigente politico?” Voi vedete chiaramente che questo non è un punto di vista estetico, ma è un punto di vista – giustamente – di un dirigente politico che cerca di usare tutti gli strumenti che può avere per svolgere il proprio lavoro. Per esempio Lenin dice: “Io ho imparato a conoscere molto meglio l’ambiente contadino russo attraverso Tolstoj”. Allora vedete però che si tratta di considerazioni, riflessioni, approcci, che sono esterni all’estetica in quanto tale, ma sono invece improntati ad un pragmatismo politico perché si vogliono usare tutti gli strumenti possibili per capire meglio il mondo in cui si va ad operare. Ovviamente non è colpa di Lenin né di Marx se poi i marxisti hanno fatto di tutto questo i misteri. Ci sono una serie di testi marxisti, in particolare dell’Europa dell’Est in cui si dicono castronerie enormi, appunto, attribuendo a Marx o a Lenin una concezione dell’arte, una teoria dell’arte. E invece no, c’è la manifestazione di un gusto da parte di Marx, c’è l’utilizzazione - da parte di Marx - dell’opera d’arte per conoscere la realtà del suo tempo o di tempi precedenti materialmente legati al suo tempo, c’è l’utilizzazione politica che Lenin ne fa, ma non c’è un’estetica. D’altra parte sorge il problema: quando si dice estetica che si vuol dire? Potrebbe venire in mente come prima risposta che l’estetica è la riflessione sul bello per individuare i ritmi della bellezza. Questo è immediatamente smentito dal fatto che proprio nell’Ottocento […] nascono estetiche del brutto. Noi vedremo poi in testi dell’antica Grecia come bello e brutto vengano messi insieme e volta a volta il primo posto viene assunto dal bello o dal brutto, e quindi appunto non c’è un’estetica in quanto scienza del bello, anche perché se ci fosse un’estetica come scienza del bello, bisognerebbe immaginare che in qualche modo il bello abbia delle caratteristiche comuni a varie epoche: appunto, l’oggetto della scienza ha una sua costanza, sennò bisognerebbe – in epoche diverse – avere scienze diverse. Invece c’è una variabilità teoricamente dimostrabile del bello, anche l’antropologia in questo senso serve per mostrare come civiltà molto diverse dalla nostra hanno dei belli molto diversi dal nostro. Ma allora l’estetica che cos’è? In fin dei conti noi l’abbiamo già visto: l’estetica è un ragionare sul rapporto tra sensibilità, immaginazione, passione da un lato, e concetto dall’altro. Appunto, il romantico mistico - in polemica contro la pretesa dell’intelletto di comprendere, di afferrare la realtà -, parlerà di un sovramondo estetico e quindi per esempio di una pratica estetica che non è la pratica comune, parlerà dell’invasamento, parlerà dell’ispirazione ecc., ma anche questo è un modo di risolvere il problema del rapporto tra sensibilità, immaginazione, e intelletto, coscienza, concetto. Quando dall’altra parte un’estetica di ispirazione marxista (ma non è la sola e qui si possono fare due nomi molti precisi: Slavinskij e Bergson) - e nessuno dei due era marxista però condividono molto dell’impostazione che noi abbiamo conosciuto in quanto marxista – anche questo tipo di impostazione affronta il rapporto tra concetto e sensibile, nel senso però di non staccare, di non separare i due mondi, ma di fare del concetto o ragione, qualche cosa che è interna al mondo del sensibile: appunto, l’arte è una delle manifestazioni della pratica dell’uomo, quindi non un sovramondo, non un’ispirazione di elite, divina, ma la pratica umana, la vita umana normale, regolare, e l’arte è una forma di questo. E questo vuol dire allora che il concetto, l’intelletto, come dire, si scontra, elabora, riflette, sempre a contatto con l’empirico, con la passione, con ciò che intelletto non è: la logica vive solo nel suo rapporto con l’alogico, cioè l’elemento logico non esiste da solo ma esiste in quanto è funzionalizzato a quell’universo che non è logico ma è alogico.
3/9 Stefano Garroni: In questo senso possiamo ricordare la concezione che Hegel ha – e che Marx riprende nei Grundrisse – del concetto, che è la linea di movimento della cosa stessa. Cioè il concetto è ciò che mi permette di comprendere come si sviluppa, come si muove, come vive qualcosa, per esempio come si è formata e determinata la società, per esempio una forma determinata di attività come quella artistica ecc. È certo però che questa immersione dell’elemento logico dentro il mondo dell’alogico comporta una conseguenza: cioè quell’alogico con cui l’elemento logico ha rapporto, viene trasformato da questo rapporto. Voglio dire che se la mano viene usata coscientemente per lavorare, progressivamente la mano, cioè l’elemento fisico, si trasforma, acquista delle capacità che non aveva prima. Appunto, questo rapporto tra il logico e ciò che non è logico, significa una trasformazione di ciò che non è logico come anche il logico dovrà adeguarsi all’oggetto con cui ha rapporto. E allora vedete che acquista un’importanza fondamentale l’elemento forma perché è proprio l’elemento che indica la presenza della logica, del concettuale, nella cosa. E allora vi rileggo un passo di Thomas Mann che abbiamo visto al primo nostro incontro e che adesso può essere meglio compreso anche dal punto di vista umano: “È un’ottima istituzione del mondo quella che allo studio di ogni professione umanista, venga messa per base l’idea della forma, della bella forma. Essa conferisce ad ogni disciplina un certo che di nobile, di superfluo”, cioè non di pragmatico. Voi ricordate che Thomas Mann, per esempio nella prima guerra mondiale prende posizione per l’Austro-Ungheria contro la Francia, l’Inghilterra ecc., perché vede proprio nella Francia, nell’Inghilterra e compagnia bella il capitalismo, e quindi se questo vincesse, l’uomo verrebbe ridotto a mero strumento: l’ottica che si imporrebbe sarebbe quella del pragmatico e tutto l’aspetto più propriamente morale, culturale e spirituale dell’uomo verrebbe abbassato all’utilità. “Essa conferisce ad ogni disciplina un certo che di nobile, di superfluo, ed anche direi quasi, un po’ di sentimento di … cortesia.” Credo che sia un’esperienza che abbiamo tutti quanti a pranzo, a cena, per ragioni pratiche se fai male le cose […]: tu stai male se quando mangi le cose vengono fatte alla carlona perché quest’esperienza deve non solo rispondere all’esigenza fisica di nutrimento, ma deve nutrire anche un’altra parte dell’uomo, e cioè questa aspirazione a una nobiltà nel rapporto, a una maggiore sensibilità, a un arricchimento umano, e quindi è anche molto importante per esempio lo studio dei modi in cui viene preparato il mangiare perché si scopre che solo in questa merdosa società capitalistica il mangiare può essere ridotto a puro e semplice riempimento di stomaco e non più come espressione di una socialità che viene vissuta da tutti. “L’interesse diviene quasi come una questione galante … - con la forma - Vale a dire: forse non mi esprimo esattamente, ma mi sembra che il fatto di porre a base la forma dimostri come la scienza e l’arte si fondano, come sian sempre stati un tutt’uno”. Questo è nella prospettiva che noi abbiamo detto di estetica rappresentata dal marxismo. E già, l’importanza della forma è proprio ciò che mi fa comprendere come arte e scienza siano collegate. Che sarebbe un [ragionamento] matematico senza la forma? E la matematica ha un ruolo fondamentale per la scienza. E infatti non per caso un atteggiamento antiscientifico di ripulsa dell’attività intellettuale e della ragione scientifica, si accompagna poi ad una concezione artistica di tipo romantico, e non per caso invece una concezione che viene indicata come di ispirazione marxista si lega ad una forte sottolineatura dell’importanza della scienza. Quando devo smettere me lo dite voi per favore perché questo è il mestiere mio quindi io non mi stanco, quindi state attenti insomma: se non sto male allora non mi stanco. Così leggiamo nel libro sul De oratore di Cicerone: “La parola incivilisce e garantisce la vita sociale; dunque, ha una forte valenza politica”. Tenendo presente il discorso che ho fatto è chiaro il senso della cosa: la parola è proprio quella manifestazione del logico che entra nel mondo delle cose e che quindi lo trasforma da puro mondo delle cose, della sensibilità, dell’empirico, in un mondo plasmato, formato, rielaborato dalla mente. La mente però è un prodotto collettivo, non esiste una ragione che sia del singolo: questa è una cosa romantica, il genio ecc. ecc., sono fesserie. La ragione è un fatto sociale, e allora ecco che l’uso della parola, il senso dell’importanza della parola significa primo questa possibilità di trasformare l’immediatamente empirico in qualche cosa che ha un significato interiore; secondo significa ribadire il carattere sociale della [esperienza umana]. Ovviamente sarebbe bizzarro dirlo ma questi sono concetti che noi ritroviamo chiaramente in Marx senza nessuna difficoltà. “Non è vero che il dominio della scienza della natura si sottragga alla retorica, se di essa o della matematica si vuol dare <brillante esposizione>”, sempre Cicerone. Appunto, questo è importante perché la parola non solo serve a riplasmare l’immediatamente empirico e rendere invece qualcosa di elaborato, di mediato dalla ragione stessa, ma la parola serve anche dall’altro senso cioè a trasformare la mera ragione in qualche cosa che può entrare nell’uso comune: se voglio dare una chiara e brillante esposizione della scienza e della matematica, ho bisogno della retorica: non parlo più tra gli esperti, ma parlo al mondo in generale e quindi devo trovare i modi per farmi intendere.
4/9 Stefano Garroni: Voi capite che questo è grandioso, questo è Cicerone! Pensate a quelle fregnacce che vengono dette in televisione sulla base della problematica della diffusione di massa delle cose… Pippo Baudo diventa un personaggio fondamentale ecc. ecc. Qui no: il ruolo della parola per la socializzazione è il ruolo della parola della socializzazione della matematica e della scienza della natura, e c’è tutta una concezione…
Vittorio: Quindi l’impoverimento del vocabolario è quanto di più deleterio esista?
Stefano Garroni: Ovviamente! Non solo l’impoverimento del vocabolario ma la sostituzione delle parole con segni di origine matematica, per esempio la X per dire ‘per te’, perché è molto interessante che ci sono delle espressioni che a seconda del contesto hanno vari significati e se io le sostituisco con un simbolo matematico il significato è uno solo, cioè è un impoverimento non solo del vocabolario, ma delle possibilità di espressione. “Personalmente ritengo che sia di competenza dell’oratore tutto ciò che si riferisce ai rapporti tra i cittadini, ai costumi degli uomini, ciò che riguarda le consuetudini di vita, l’organizzazione dello stato, questa nostra società civile, il comune modo di parlare degli uomini, le loro inclinazioni e le loro abitudini; non per trattarne separatamente e in astratto, alla maniera dei filosofi, ma per poterli almeno inserire con intelligenza nella sua causa e appunto per parlare su questi stessi argomenti come ne hanno parlato coloro che fondarono il diritto, le leggi, gli stati, con semplicità e chiarezza, senza nessuna sequela di disquisizioni e infruttuose schermaglie verbali” Appunto, qui la concezione è evidente: qui l’arte della parola ha anche questa funzione veramente di socializzazione del sapere, e quindi serve a far si che i contenuti culturali possano essere esposti e presentati fuori del gergo dello specialista, ma rivolti alla popolazione in generale. Ovviamente per popolazione in generale Cicerone intende il gruppo dei patrizi e dei cavalieri ovviamente, ma noi scambiamo questo elemento perché non ci interessa in questa sede, ma ci interessa invece questa sottolineatura del ruolo della parola come strumento per l’incivilimento, che comporta però anche la capacità di parlare fuori del gergo specifico. Il che è un discorso molto interessante perché noi abbiamo l’esempio di un filosofo marxista francese (Politzer) che teneva un corso di filosofia. Le sue lezioni sono state pubblicate e noi possiamo leggere proprio all’inizio questa dichiarazione secondo la quale Politzer dice: “Io non vi parlerò da filosofo ma usando il vostro stesso linguaggio in modo da farvi capire perfettamente quello di cui si parla”. Questa è cialtroneria perché è certo che la parola deve mediare la cultura specialistica professionale e le masse o viceversa, ma appunto deve evitare di fare quello che noi abbiamo vissuto: “I comunisti riescono ad ottenere in Italia il prolungamento della scuola dell’obbligo”. Benissimo, grande vittoria, trionfo ecc. (inizio anni Sessanta), e a quel punto è cominciata la crisi della scuola: la scuola è diventata sempre più merdosa e mano a mano che è stata aperta alle masse è cominciato quel processo per cui la cultura vera veniva trasferita in altri luoghi e oggi la cosa è addirittura lapalissiana con la riforma dell’università della scuola della Moratti ecc., cioè dai alle masse ma togli alla cultura ciò che la specifica. Allora attenti: il rapporto della parola è di mediazione, deve fare in modo che la cultura professionale possa diventare patrimonio delle masse ma deve anche agire sulle masse nel senso di elevarne la coscienza. Appunto, è quel rapporto per cui il concetto quando viene a contatto con l’empirico trasforma l’empirico: trasforma anche sé stesso ma trasforma anche l’empirico. Infatti – a me fanno ridere queste cose – voi sapete naturalmente che Berlusconi è un grande comunicatore, ma io non ho mai visto una persona che dicesse tante fregnacce quanto lui.
Vittorio: È un piazzista!
Stefano Garroni: Un piazzista. Però in televisione viene presentato come grande comunicatore, ma perché? Ma perché la comunicazione alle masse è stata involgarita a presa per il culo generalizzata. Ora, qui si sta dicendo un’altra cosa: la parola volgarizza, cioè diffonde per le masse, ma contemporaneamente eleva le masse, e se non ci sono tutti e due gli aspetti c’è la presa in giro, c’è il rassodarsi della differenza, c’è la scissione della superiorità del ceto privilegiato, dell’intellettuale specializzato ecc. ecc. In quest’opera di dialogo ci sono vari personaggi e questo stile dialogico arriva fino al Settecento. Noi abbiamo una magnifica opera di David Hume sulla religione che appunto si svolge attraverso il dialogo con vari personaggi (ma anche in Berkeley), quindi voglio dire, è anche estremamente interessante seguire questo processo: si sono combattuti nella storia della filosofia i due strumenti: il trattato e il dialogo. Il trattato ovviamente è l’esposizione da parte di un sapiente che parla di un certo argomento sviscerandone tutti i suoi aspetti. Nel dialogo invece tu sei trascinato dentro la scena. Un altro personaggio [è quello di] Antonio [di Cicerone] – e qui state attenti che è molto interessante: “Non ho alcuna intenzione di parlare della teoria retorica, che non ho mai appreso, ma del mio metodo abituale; e anche quei precetti che ho riportato nel mio trattato sono della medesima natura: non mi sono mai stati insegnati da qualche lezione teorica, ma provengono dall’esperienza acquisita negli affari e nelle cause...” Stefano Garroni: Voi vedete che qui c’è un motivo che è di estrema modernità, e cioè la teoria non concepita come qualche cosa da cui io apprendo come è il mondo o come comportarmi nel mondo, ma la teoria invece come riflessione sull’esperienza, e quindi il teorico ha bisogno di praticare ciò di cui parla. E questo discorso per cui nessuna teoria mi insegna ma è la pratica, il mio agire, che consente una riflessione …
Maurizio Franceschini: È empirismo questo?
Stefano Garroni: Non necessariamente.
Vittorio: Uno fa domande quindi alla realtà?
Stefano Garroni: Esatto! È questo il punto! Proprio che uno fa domande alla realtà, ha un rapporto interattivo con la realtà, di scambio reciproco. Fa domande, cioè non si affida semplicemente all’esperienza ma interroga il mondo, forza il mondo a rispondere a certi interrogativi. D’accordo? E la teoria nasce in questa maniera, allora per esempio è molto importante un’osservazione semplice semplice: voi sapete che Marx ha pubblicato solamente il primo volume de Il capitale e una volta pubblicato non era soddisfatto e ne ha fatta un’altra versione. Noi abbiamo Il capitale in primo, secondo, terzo e quarto volume. Il secondo, terzo e quarto volume sono il risultato del lavoro che alcuni compagni - per esempio Kautsky, Bernstein - hanno fatto per organizzare il materiale sparso di Marx, per cui in realtà è anche possibile che a uno studio più attento, per esempio la nuova edizione dell’opera completa di Marx che è stata pubblicata in Germania, risultino delle novità, risultino anche certi accostamenti che sono stati fatti e che non andavano fatti ed era meglio farne altri ecc. Comunque noi abbiamo come quarto volume de Il capitale le così dette teorie sul plusvalore […]. In questo quarto volume Marx analizza il pensiero economico precedente a lui. È banale tutto questo? No! Perché in realtà l’elaborazione scientifica nasce dai problemi non risolti dalla precedente elaborazione. Cioè per scrivere un’opera - economica o di un qualunque altro argomento – innovativa, io debbo fare in modo che quest’opera abbia radici nella storia e venga fuori dalle complessità non risolte dall’elaborazione precedente, per esempio dal fatto che gli economisti dicevano che le merci si scambiano secondo il valore, ma dicevano anche che il proprietario realizza un profitto. È misterioso: come diavolo può realizzare un profitto se le merci si scambiano sul loro valore? È un problema che resta aperto, allora ecco, la nuova elaborazione parte dai problemi che sono restati aperti dall’elaborazione precedente. E allora la necessità, per studiare un’opera, appunto di inserirla storicamente, di ricostruire la storia del testo, ma non solo la storia interna del testo, ma la storia esterna, cioè la storia di quel testo rispetto ai testi precedenti: non solo di quell’autore ma di altri autori. Appunto, questo dà il senso della concretezza dell’elaborazione scientifica che non si inventa le cose: Marx non è un genio, né Kant è un genio né Hegel è un genio, ma sono tutte persone che hanno un rapporto molto fitto, molto a fondo, con la storia delle problematiche di cui si occupano, e da questa storia, dalle sue difficoltà, riescono ad elaborare nuove posizioni. Allora vedete che qui il senso, l’immagine, è quella di chi mette proprio le mani dentro le cose, le guarda, le gira, le rigira, ne scopre i limiti, i difetti, le contraddizioni, e allora si pone il nuovo problema, cioè la cultura, in questo senso, come poesia. Allora quando Althusser viene fuori [con il discorso sul rapporto tra teoria e pratica], aveva scoperto l’acqua calda: è evidente che l’elaborazione scientifica, e in particolare nel caso di Marx è proprio questa pratica, questo manipolare l’esperienza già accumulata per cogliere i limiti, le contraddizioni, i punti oscuri, gli interrogativi che non hanno ancora ricevuto risposta, e su questa base elaborare qualcosa di nuovo. E qui c’è il tema della scienza sociale: nessuno scienziato potrebbe scrivere nulla se non avesse un rapporto fitto, appunto, con la storia della sua disciplina, cioè con tanti altri scienziati contemporanei e passati. E in questo senso è molto interessante che la scienza è organizzata attraverso comunità scientifiche […]
6/9 Stefano Garroni: […] su un terreno di discussione, mi serve proprio il fatto che gli altri discutano, mi mettano in evidenza i limiti, i difetti ecc., e quando scriverò il libro sarà il risultato di questo scambio fitto con gli altri: questo vuol dire comunità scientifica.
Vittorio: Quando tu parlavi dell’artista con riferimento alla realtà, quindi diciamo come sviluppo collettivo di un’arte, intendevi nel senso che lui è in grado di fare una sintesi della situazione del momento o effettivamente, non so, prendiamo Kandinskij, Malevich o questa gente qui che ovviamente facevano riferimento a certi spiriti collettivi del momento ed erano in grado di sintetizzare in termini artistici, mi sembra, o no?
Stefano Garroni: Mah, generalmente non si riesce mai ad avere compiutamente coscienza del proprio tempo, anzi addirittura quello che succede è che generalmente noi abbiamo coscienza di qualche cosa che già in qualche misura è passato perché possiamo avere coscienza di cose che abbiamo sperimentato, quindi il nuovo … Allora si, può succedere che un filosofo, un artista, uno storico, abbia livelli estremamente elevati di coscienza del proprio tempo, può succedere ma non è necessariamente vero.
Vittorio: Ma sintetizza quello che c’è?
Stefano Garroni: Sintetizza quello che c’è e sintetizza ciò che si pensa intorno a quello che c’è, che è un po’ diverso. Infatti appunto, questo è molto interessante che nel Seicento non si diceva che l’uomo agisce in vista di ciò che gli è utile, ma di ciò che crede che gli sia utile, e quindi la grande importanza dell’elemento ideologico, e in questo senso anche il lavoro scientifico è un lavoro si sull’oggetto di cui uno ha coscienza ma anche [su di me]
Vittorio: Quando ti ho detto che mi sembrava un riferimento a certi pensieri orientali, del logico e dell’alogico che devono poter coesistere per poter costruire qualcosa, ed è la stessa cosa la sintesi dello Yin e yang orientale, dove uno può esistere perché c’è quell’altro che altrimenti da solo non avrebbe senso.
Stefano Garroni: Ci sono molti che hanno fatto questi studi e tra l’altro uno è anche un mio amico, un professore tedesco, Holz, che si è occupato proprio della dialettica e del pensiero cinese, però io non ne so niente, quindi non …
Vittorio: No no, ma io dicevo di questa necessità degli opposti, di questa simmetria che deve esistere…
Stefano Garroni: Un terreno specifico potrebbe essere questo: intanto è possibile che al termine dello scambio mercantile il padrone vede realizzato un profitto in quanto c’è il proletario. E quando si dice che il monopolio è l’opposto della libera concorrenza si dice una castroneria perché la libera concorrenza implica il monopolio da parte della borghesia degli strumenti di produzione. Allora appunto, il bianco implica il nero, e quando appare nero in realtà sotto c’è il bianco…
Paolo Massucci: In questa opposizione dialettica, a me sembra che – prendendo come esempio quelle hegeliana che ci è più vicina e che percorre il marxismo nel pensiero occidentale – rispetto alla filosofia orientale (poi io non ne so nulla però ne conosco gli aspetti comuni più banalizzanti) dove si sente parlare di opposti in senso simmetrico, mentre nella dialettica hegeliana credo che i due opposti non sono simmetrici, non necessariamente simmetrici…
Stefano Garroni: Non una staticità: sono dinamici.
Paolo Massucci: Sono contraddizioni ma non sono il +1 e -1, il +5 e -5.
Stefano Garroni: Un esempio dell’ultimo suo intervento è la concezione che Lenin espone della conoscenza in Materialismo ed empiriocriticismo, e cioè la scienza arriva storicamente a cogliere alcuni aspetti del reale, aumenta dunque la sua conoscenza ma aumenta anche la sua ignoranza, perché aumentando questi aspetti del reale che riesce a mettere in luce, mette in luce anche tanta altra ombra che è legata a quegli aspetti. Per esempio la scienza arriva a cogliere una dimensione microfisica, quindi grande successo, grande avanzata, ma il microfisico ti pone un casino di problemi di fronte a cui tu devi fare grossi lavori per giungere a qualcosa, e allora hai questo andamento per cui l’aumento della conoscenza è anche aumento dell’ignoranza, è questo continuo vortice…
Paolo Massucci: È il processo del conoscere però che è infinito…
Stefano Garroni: Che è infinito!
Andrea Ruggeri: Ci sono delle cose che – chiaramente per mia ignoranza – non riesco a spiegarmi, perché un Mozart che a 3 anni compone, non credo che facesse parte del dibattito dell’epoca, quindi credo che ci sia un certo elemento individuale.
7/9 Andrea Ruggeri: E nello stesso tempo quando penso ad un regista, come tu dicevi, cioè come soggetto collettivo, io lo vedo inserito, a quel punto non in una comunità scientifica ma una comunità artistica perché attraverso l’immagine un Truffaut, attraverso lo scambio con altri artisti, allora in quel senso diventa un soggetto collettivo perché fa emergere l’ambiente circostante e quindi fa emergere le problematiche ecc. ecc., però penso che anche c’è un elemento chiaramente individuale che può subentrare …
Stefano Garroni: In questo tu hai perfettamente ragione. Fai conto che viene scoperto un quadro e non si sa chi l’ha fatto. Lo studioso di storia dell’arte, dallo stile del quadro lo definisce e lo può riferire ad un certo periodo. Però rispetto ai quadri dello stesso periodo, c’è qualche differenza, perché è certo che lo stile storicamente determinato appartiene ad un certo gruppo sociale di una certa epoca, ma c’è l’individuo anche, per cui questo stile comune, quest’impronta comune, viene plasmato in una maniera particolare dall’empirico, dalle particolarità di quell’individuo. Sicuramente.
Maurizio Franceschini: A proposito del genio, diciamo che né Marx, né Kant ecc., non erano geni, però su sei miliardi e mezzo di persone nascono tutti i giorni persone particolarmente dotate che hanno una marcia in più per cogliere questa vastità. Cioè un Dante che scrive la Divina Commedia, un Marx che scrive Il capitale, Shakespeare che scrive quelle cose, insomma, sono vissuti in un determinato ambiente e in una determinata epoca, non per caso Dante è italiano e non per caso Marx è tedesco ecc… però devono avere delle marce in più …
Stefano Garroni: Si, scusami, il problema del genio è un altro: il genio è caratterizzato dal fatto di poter vedere ciò che la comune umanità non vede. Questo non è il caso di Marx per esempio…
Vittorio: Ma neanche di Einstein, perché è passato attraverso tanti studi di suoi predecessori e ha avuto la capacità di sintetizzare…
Stefano Garroni: Certo! Voglio dire che ovviamente bisogna che una persona si dedichi ad un certo lavoro e ci si dedichi seriamente. Io sottolineerei piuttosto l’elemento morale perché ovviamente la persona che si dedica seriamente all’attività scientifica, ha fatto una scelta morale, ed è rigoroso in quella scelta. Questo può essere dovuto a mille fattori ovviamente: noi comprendiamo perfettamente perché nel nostro tempo sia estremamente difficile trovare persone, non solo come Marx, ma pensate a quanti antifascisti hanno [provato] la fame, la disoccupazione, non smettendo mai davanti al regime fascista di fare attività di propaganda antifascista, proprio soffrendo la fame e la disoccupazione. Faccio questo esempio perché mi interessa di più questo elemento di dirittura morale.
Vittorio: Gli undici professori famosi…
Stefano Garroni: Anche. Il fatto che ho scelto e non transigo su questa scelta morale: questi valori non si discutono, non si mettono in questione.
Paolo Massucci: L’ideologia di oggi è esattamente contraria a questo…
Stefano Garroni: È esattamente l’opposto.
Paolo Massucci: Perché il tipico programma, levando L’Isola dei famosi che sono ‘libere’ persone, ma il tipico programma tipo Unomattina, dove ci sta pure l’ingegnere che dice cose che teoricamente potrebbero essere interessanti, c’è il metereologo, però trenta secondi e poi cambiano argomento, come se il sapere fosse dato da queste cose superficiali. E poi il pensiero comune non è mai quello di dedicarti approfonditamente ad una cosa, anzi, sei fuori dal mondo…
Stefano Garroni: Non sei un uomo pratico.
Paolo Massucci: Se cerchiamo di strappare tempo per capire qualche cosa, ci sentiamo dire: “Ma pensa a divertirti, ma che sei scemo?”
Emanuela Ficarra: Anche in un’assemblea politica, quando magari si inizia un’analisi e poi si finisce col dire: “Ma non andiamo troppo nel teorico, non analizziamo troppo …”
Stefano Garroni: Oggi! Se tu avessi avuto la fortuna di assistere a qualche riunione in cui c’era Togliatti che parlava, allora vedevi che era diverso, molto diverso. Poi con il 68 c’è diluvio, però ecco, questo diluvio deriva anche… per esempio io questo non lo sapevo ma fino ai primi anni Sessanta, nella Germania Federale, di marxismo né se ne parlava all’università e né se ne parlava nelle riviste di cultura. Nella Germania Democratica erano messe al bando le opere di Luckacs e di Ernst Bloch. Quindi voglio dire che noi abbiamo anche vissuto un’epoca…
Vittorio: Io ho notato una cosa: all’inizio degli anni Cinquanta facevo ingegneria a Pisa e ogni volta che faceva lezione Luigi Russo (letteratura italiana), ci andavano tutti, mezza Pisa, bottegai, vigili urbani, a sentire Luigi Russo.
Stefano Garroni: Si, Luigi Russo, Concetto Marchesi, Sapegno…
Adriana Garroni: Ma anche Pavone, Giardina…
Stefano Garroni: Giardina è uno vecchio però …
8/9 Adriana Garroni: Però secondo me è un po’ improprio parlare di soggetto collettivo perché lì c’era una produzione artistica che veniva molto più richiesta, era un’epoca intensa credo…
Stefano Garroni: Questo aumenta il ruolo collettivo. Questo non smentisce il concetto di autore collettivo… ed è importante il ruolo del pubblico: il committente ha un ruolo fondamentale nell’indirizzare la produzione artistica.
Adriana Garroni: Ma io avevo l’idea che magari in questo contesto parlare di soggetto collettivo si può fare sicuramente, però è una cosa differente quando magari uno ne vuole parlare dal punto di vista marxista, perché credo che venga posto in maniera differente il problema della libertà di espressione dell’artista o degli artisti.
Stefano Garroni: Ovviamente noi abbiamo questa grossa enorme contraddizione, e cioè il fatto che nella gran parte la storia dell’URSS è la storia del periodo di Stalin, cioè di un processo profondo di deformazione del marxismo, del socialismo ecc., in cui – come dire – le pratiche anche tipicamente marxiste sono state riprodotte in un modo che le sgualciva, che le deformava. Intendo per esempio la discussione nei quartieri di letteratura, per cui tutto il quartiere si organizzava e discuteva libri di letteratura. Ora, non puoi discutere libri di letteratura se tu non hai una competenza, allora tu devi creare le possibilità per la discussione politica, ma siccome qui la discussione collettiva serviva a una manipolazione politica, [veniva appiattita], perché sennò il lavoratore che fosse cresciuto veramente [avrebbe detto]: “Noi ci fermiamo all’Unione Sovietica: perché i soviet non funzionano? Perché i soviet sono ridotti a semplici consigli operai?” Allora serviva una manipolazione politica, allora noi abbiamo tutta un’esperienza su cui dobbiamo fare mille precisazioni perché è la nostra storia ma anche non lo è. Mi spiego? Allora può essere molto interessante vedere per esempio quello a Cuba è stato fatto a livello molto elementare abolendo l’analfabetismo. In Venezuela in pochissimi anni hanno ridotto il numero degli analfabeti ad una percentuale minima. Però è chiaro che questo non è ciò che tu dicevi, ma è uno dei passi per creare la possibilità che si dia quello che tu dici.
Vittorio: Comunque nel periodo di Stalin tutti gli artisti erano liberi e ci sono stati movimenti artistici in Russia bellissimi.
Stefano Garroni: Si si.
Adriana Garroni: Ma io ho l’impressione che tu quando parli di arte fai un discorso secondo me troppo politico, nel senso che la produzione artistica ovviamente si svolge nel periodo storico in cui vive l’artista, però questo elemento storico e politico ovviamente va legato all’attività umana, alla scienza ecc., però secondo me ci sta nell’arte anche un aspetto che trascende tutte queste situazioni ed è esattamente questo aspetto che ci permette adesso secondo me di leggere una tragedia di Shakespeare e di commuoverci. E non è un elemento politico, ma è il fatto che l’artista ha determinato la possibilità che riesce a cogliere un elemento dell’uomo…
Stefano Garroni: Tu sai che una delle domande che Marx si pone è questa: “Perché Shakespeare ci piace ancora?” Certo, questa è una problematica che implicherebbe fare quella cosa che diceva Chiara, e cioè: noi dedichiamo alcuni anni a studiare queste cose perché è il problema del rapporto tra concetto e sensibilità nell’arte, che è un rapporto diverso da quello che si ha nella scienza. Allora però noi qui dovremmo poter studiare [teoria] dell’arte esplicitamente, ricostruire l’ambiente storico ecc., cioè decidere di specializzarci nella riflessione sull’arte. Questa non mi pare che sia una scelta che rientra nella tradizione del gruppo. Certo, si può fare, però per il gruppo può essere importante il fatto di comprendere che l’arte ha una relazione profonda con vari aspetti della pratica umana e che c’è una questione come il misticismo romantico che va visto sempre come un qualcosa da combattere, ma noi sappiamo che dopo la riunione finisce questo corso.
Adriana Garroni: Io capisco quello che dici, certo non facciamo un collettivo di estetica quindi non ci metteremo a studiare Omero, però ciò non toglie che in queste occasioni potremo affrontare il discorso artistico non soltanto in modo così immediatamente politico, perché secondo me è riduttivo dell’arte…
Stefano Garroni: Non è dubbio.
Vittorio: Secondo me la politica è tutto: quando un pittore fa un quadro fa politica…
Stefano Garroni: Certo, è vero perché ha vari sensi fare politica, questo è verissimo: è far politica farti votare alle elezioni per entrare in parlamento, è far politica produrre musica, è far politica produrre filosofia, è far politica fare uno sciopero, insomma, ha mille forme di manifestazione: è l’espressione condensata dell’attività umana, d’accordo? Ovviamente – il fatto è questo - tutti quanti noi che in realtà non siamo operai, appena ci troviamo di fronte ad un problema teorico vogliamo andare a fondo perché siamo intellettuali. Va bene? Ora, la cosa bizzarra è che io iniziai questo collettivo dicendo: “Non facciamo politica ma facciamo lavoro intellettuale”. In varie occasioni i compagni hanno detto: “No, bisogna fare anche lavoro politico”. Allora siccome continuavano a chiederlo allora: “Bene, facciamolo”. A questo punto la sua interruzione non ha più senso: io l’ho cominciato proprio come attività puramente teorica, però inevitabilmente succede che se il compagno ha capito qualche cosa, comincia a dire: “Va beh ma dobbiamo metterla in pratica”. E ha ragione! Ha ragione! Allora bisogna che tu riesca a mediare l’elemento teorico e l’elemento pratico-politico, tenerli presenti tutti e due e mediarli.
9/9 Stefano Garroni: Questo vuol dire anche far sacrifici, cioè ad un certo momento devi stringere e soffocare un po’ la ricerca.
Vittorio: In questo caso per politica tu intendi azione quindi?
Stefano Garroni: Ma, io intendo una cosa – te lo dico molto francamente: io sono convinto che in Europa in questo momento esiste - tra le masse lavoratrici (lavoratrici in tema di disoccupati che fanno parte della classe lavoratrice) -, un malessere estremamente profondo, di cui gli episodi francesi sono una manifestazione dell’azione che possono fare, e che i gruppi comunisti organizzati sono estremamente in ritardo rispetto a questa volontà di lotta e di azione anticapitalistica delle masse. Allora per politica io intendo il fatto che noi costruiamo un gruppo di compagni che ha una preparazione teorica e sulla base di questa va anche all’assemblea operaia, va anche ad affrontare problemi politici inquadrandone una prospettiva più ampia e sollecitando i compagni a riflettere, a conoscere, a studiare, oltre che agire: quello che facevano i comunisti quando erano comunisti insomma. Per esempio il lavoro precariato è un gran casino e tra l’altro anche a noi ci tocca proprio perché molte delle persone qui sono incazzate con il lavoro precario che ha delle conseguenze catastrofiche, e tu vuoi dirgli: “No, io mi occupo di Shakespeare”? Un momento: occupati di Shakespeare però devi intervenire anche qui.
Vittorio: Però c’è stato uno scivolamento anche nell’opinione pubblica, nel collettivo generale, di un’esaltazione della tecnica a scapito della scienza, però oggi come oggi c’è un’esaltazione della tecnica senza capirla poi. E allora qui uno più che utilizzo della tecnica diventa strumento della tecnica, e quindi è chiaro che il disagio è notevolissimo.
Stefano Garroni: Non c’è dubbio. Tu comprendi che se esistesse un forte partito comunista noi potremo essere anche una sezione culturale del nostro partito che fa un lavoro culturale inserito dentro un contesto che coglie varie attività, e allora la mediazione tra la teoria e la pratica verrebbe realizzata dall’organizzazione: noi potremo avere la libertà di occuparci di Shakespeare perché c’è l’organizzazione che media tutto questo con la prassi. Il partito non c’è, e tu sai bene che tutti quanti noi avremo bisogno, come dire, di sbattere un po’ il muso sulle cose per capire…
Vittorio: Si, però si rischia che sia senza ritorno la cosa…
Stefano Garroni: Sicuramente è senza ritorno se non c’è il partito…
Vittorio: Perché quando tu senti che molta gente è convinta che siamo un popolo evoluto perché ci sono 25 milioni di cellulari …
Maurizio Franceschini: Però questa sera dicevano che in Italia ci stanno sei milioni di analfabeti…
Stefano Garroni: Però per esempio qui c’è una cosa importante. Facciamo finta che noi abbiamo stabilito un rapporto con la rivista. Pressoché tutti i compagni hanno pubblicato per la prima volta o traduzioni o articoli loro. Abbiamo avuto compagni che inizialmente avevano molta difficoltà a parlare, e che ora invece non ce l’hanno. Allora questo processo di formazione in realtà è una delle condizioni poi per fare qualunque cosa perché tu sai benissimo che anche un gruppo di studio non è un gruppo di studio sotto la direzione di… ma chi dirige deve essere solo un tantinello più avanti degli altri sennò è un casino, e allora bisogna formare: infatti è collettivo di formazione marxista. Dopodiché quando la formazione è avvenuta si possono fare anche altre cose, però la formazione deve essere, come dire, umanamente integrale: io devo riuscire a sentirli i problemi, devo riuscire a capire che se dico … ecco, in Francia tu hai questa folla di negri che bruciano macchine di lavoratori che usano le macchine per andare a lavorare, quindi è una guerra tra poveri. Ora, questo vuol dire un’incomprensione generale, e non c’è nessuna formazione politica che si dica comunista che opera lì dentro, ma anzi ci sono formazioni che guardano criticamente il fenomeno individuandone sia le radici oggettive ecc., sia i limiti. Lo so, però è vero che può scoppiare da un momento all’altro. Ed è vera un’osservazione terribile che leggevo su una rivista francese: questa è una manifestazione che non è politicamente organizzata e va a finire che i vantaggi sono per i fascisti. E anche in Italia fino a poco tempo fa nelle borgate Fini era il grande vincitore delle elezioni, e se questo succede allora comprendiamo che avremo fatto meglio ad occuparci anche un po’ di politica perché qua son botte è! […]
Stefano Garroni primo ricercatore CNR ed ex docente di filosofia a “La Sapienza” università di Roma: collettivo di formazione marxista “Stefano Garroni”. Per avere informazioni di ogni genere o anche segnalazioni per eventuali errori è possibile contattarci
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