Introduzione a Marx 11-08-2005 


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Introduzione a Marx 11-08-2005

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145 - INTRODUZIONE A MARX 11-08-2005

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=-TVkHHdIeHM&list=PL4B352F132F6644A6

 

 

PREAMBOLO: I titoli degli incontri seminariali non sono mai rigorosamente indicativi dell’argomento trattato, poiché il tono colloquiale delle lezioni di Stefano Garroni e la stessa natura degli incontri (una serie di seminari collettivamente autogestiti miranti alla formazione marxista di quadri comunisti) fanno sì che la sua esposizione, fatta a braccio e sovente improvvisata, non sia mai sistematica (come sarebbe stata in un intervento scritto), né circoscritta all’argomento richiamato dal titolo, ma sempre aperta ad allargarsi verso ulteriori tematiche, inizialmente non previste; spesso suggerite dagli interventi degli altri compagni che lo seguivano nei seminari

NOTA: fra parentesi quadre il Redattore fa delle aggiunte per rendere più semplice la comprensione degli interventi e la stessa esposizione.   

 

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Tiziano: […] “il valore di scambio del capitale che entra nel processo produttivo è minore di quello che viene immesso nel mercato (o anticipato) e rappresenta la parte costante del capitale che entra come valore nel processo produttivo. Qui la valorizzazione: il lavoro compreso in questo atto che si realizza costantemente come valore perché partendo dai valori dati procede verso la creazione di valore. Durante la valorizzazione c’è la conservazione del vecchio valore, della parte costante del capitale che viene immessa nel processo produttivo. Diciamo che questo valore non sia troppo elevato e contenga materializzato solo il tempo di lavoro socialmente utile.

Per il mantenimento del valore del capitale costante esso deve venire consumato soltanto in modo produttivo, cioè non essere sprecato, altrimenti il prodotto conterrà una parte di lavoro materializzato più grande di quella socialmente necessaria. Per ottenere questo inizia il controllo del capitalista che è volto ad ottenere la riuscita del processo produttivo e che si realizza nella continuità del lavoro.

In questo senso, ad ogni processo produttivo, sopravviene un rischio per i valori costanti che vi si immettono, che però sarebbero esposti ai medesimi rischi anche al di fuori del processo produttivo”.

 

Stefano Garroni: Scusate ma devo sottolineare due punti che caratterizzano poi la discussione. Il capitale non produce [l’accrescimento] delle merci, ma produce plusvalore, quindi ha – il sistema economico – una finalità interna diciamo, dal tedesco trieb, che è il termine ‘viaggio’ che si usa anche per la droga, cioè ha una sollecitazione dall’interno, spinta alla produzione di plusvalore. Ovviamente il sistema fallisce se non riesce a produrre plusvalore.

Questo significa che il movimento storico non è semplicemente un movimento meccanico, ma il capitale, nella produzione di certe merci, [calcolato] il salario, deve avere un profitto di un certo tipo. Non è solamente questo, ma c’è proprio, nel sistema economico, una spinta verso la produzione di plusvalore. […] il sistema in qualche modo, come un animale, come una pianta, come un essere vivente qualunque, tende a scartare quelle situazioni (e a farle cadere) che non realizzano le sue finalità essenziali.

 

Maurizio Franceschini: Lo scopo?

 

Stefano Garroni: Lo scopo.

C’è un problema che è particolarmente importante nel Sette-Ottocento e che è una maniera di mettere insieme movimento meccanico e movimento teleologico, cioè volto ad un fine: il movimento del capitale è un movimento meccanico, però questo meccanismo serve alla realizzazione di questo Trieb interno al sistema, quindi c’è una mediazione tra meccanicismo e finalismo. Il finalismo non implica nessuna forza extramondana, ma si spiega con le caratteristiche stesse del sistema capitalistico.

Dal punto di vista dialettico è sempre molto importante sottolineare non l’errore ma il limite del punto di vista meccanicistico: il fatto che il movimento meccanicistico non esaurisce le varie forme [di movimento].

Noi abbiamo due fonti fondamentali – mi riferisco ad Hegel: la prima fonte è la fisica di Aristotele che è un testo che viene riletto molto nell’Ottocento.

L’altro – voi sapete che Hegel svolge delle lezioni di storia della filosofia, gli allievi hanno preso gli appunti e noi disponiamo adesso di volumi che raccolgono le lezioni sue. Ora, una sua lezione è dedicata a Francis Bacon, e Hegel sottolinea – questo elemento fondamentale – che Francis Bacon è uno dei primi autori a mettere in evidenza come il movimento meccanico non esaurisca il movimento della natura.

E in generale Hegel tende anche a mostrare come, alla fine del medioevo esistono già degli autori che tendono a limitare l’importanza del meccanicismo.

Il tema meccanicistico è nettamente centrale nella tradizione neopositivistica. È interessante [nella storia della logica] che ovviamente ‘logica’ è un termine che può essere utilizzato in vari modi. Nella tradizione positivistica […] ‘logica’ è qualche cosa di totalmente separato dall’epistemologia quindi dallo svolgimento della scienza.

[Hegel] per esempio viene visto come uno che mescola metafisica ed epistemologia chiamando questa strana mescolanza logica. Questa mescolanza è per esempio: il movimento non è solo meccanico, ma è anche teleologico. L’origine del tema teleologico è religioso evidentemente: dio che attira.

Tenete presente però che nella tradizione classica il dio che attira, (per esempio in Aristotele, per esempio negli stoici) non c’è quella razionalità pienamente realizzata che attira a sé il mondo, quindi non è nulla né di trascendente né di entificato. Questo è il theos degli antichi e non ha nulla a che vedere con il dio delle religioni a cui siamo abituati e delle religioni degli strati sociali subalterni dell’epoca antica.

Allora appunto qui è importante che il capitale si muove per realizzare certi suoi scopi, quindi non è solo un movimento meccanico. Il sistema capitalistico funziona se e solo se riesce a realizzare questi scopi […]

Quello che è estremamente interessante e che viene fuori mille volte dall’analisi che fa Marx è che il sistema capitalistico procede caoticamente: essendo un sistema mondiale e non essendo disponibile ad una programmazione mondiale, allora succede che improvvisamente si alza il prezzo qua, si abbassa là, scompaiono certe materie prime, dall’altra parte invece c’è una sovrabbondanza di altre materie prime ecc., e tutto questo porta ad uno scompaginamento del sistema, il quale trova – se riesce a trovarlo – il modo di risolvere tutte queste contraddizioni e scompensi, nel proprio procedere caotico. Solo ad una condizione non lo trova: che esista una forza consapevole che blocca il processo di [aggiustamento].

Qui attenti, questo è fondamentale perché è il solito discorso: “oggi non esiste più la classe operaia, non esistono più i soggetti rivoluzionari ecc. perché il capitale ha risolto le sue contraddizioni”. Questo non significa nulla perché il capitale risolve sempre le sue contraddizioni se manca un soggetto organizzato che contrasti il tentativo di [risoluzione]

 

Pina Micucci: Ma non ci sono tentativi internazionali, attraverso per esempio il fondo monetario, di arginare gli imprevisti?

 

Stefano Garroni: Questo è un argomento molto importante perché qui ci sono delle illusioni tecnocratiche. Per esempio tutta quella sinistra che ha esaltato l’etnicismo diceva fesserie, nel senso che le differenze etniche sono state svuotate di valore storico dal fatto che i lavoratori (bianchi, neri, verdi ecc.) sono tutti soggetti al Fondo Monetario Internazionale. Solamente nella fantasia dei verdi e di quegli altri c’è l’etnicismo e il ritorno all’etnico: sono tutte fregnacce che il Fondo Monetario dirige.

 

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Stefano Garroni: Però attenti, non dirige solo, ma [ci sono] contraddizioni. Per esempio è molto importante che l’industria militare brasiliana lavora per l’industria militare nordamericana. Bene, però c’è una contraddizione: i nordamericani vogliono impossessarsi dell’Amazzonia, e per il Brasile sarebbe un danno terrificante.

In più: più il Brasile aiuta i nordamericani, e quindi si adegua al Fondo Monetario Internazionale, più è costretto a pagare i debiti, in una situazione sociale terrificante. Allora nel concreto della realtà storica sorgono contraddizioni che rendono impossibile questa programmazione. Il che non toglie per esempio quello che si diceva anche l’altra volta: nella situazione di capitale monopolistico, multinazionali ecc., il controllo da parte del capitale sui processi di formazione (anche psicologico, morale ecc.) è molto più [grande].

[C’era un compagno che mi diceva: “io sono comunista ma oggi sono tutti uguali”]. In questa situazione puoi dire senza dubbio che oggi tutti i partiti esistenti non ti danno fiducia, questo è possibile. Ma non puoi dire che sono tutti uguali. C’è almeno la necessità di qualcosa d’altro se fai un’analisi. Dove sta la sudditanza all’epoca presente? Il fatto di ritenere che sia caratteristica dei giovani di oggi fregarsene! È qui che sta la sudditanza.

 

Paolo Massucci: Qui c’è un salto logico, una contraddizione logica, che poi è la classica forma di ignoranza, e cioè il discorso comunissimo del fatto che sono tutti uguali, allora se sono tutti uguali hanno interesse solo alla poltrona da Rifondazione ai DS ecc., quindi i comunisti sono messi alla stregua di Rifondazione o addirittura dei DS o comunque dell’opposizione a Berlusconi: i comunisti sono questi. Allora siccome questi non risolvono i problemi della disoccupazione, del salario, della libertà politica o quello che ti pare, viene messo tutto sullo stesso piano anche il partito comunista sovietico, anche perché con le cose che vengono raccontate …

 E quindi non puoi rispondere…

 

Stefano Garroni: No, proprio non gli interessa rispondere.

 

Paolo Massucci: Si, però il concetto di comunismo viene smontato …

 

Stefano Garroni: Certo, è evidente

 

Maurizio Franceschini: Ma su quello che diceva Tiziano che il capitalista prende il controllo del processo produttivo, però l’altra cosa dove Marx insiste è che pure lo dirige, perché su questa faccenda della dirigenza ci hanno giocato molto, per dire: “Il capitalista è un lavoratore come un altro…”

 

Stefano Garroni: Stai attento. Tu devi acquistare questo abito, non solo per Marx: cioè tu devi capire a che livello si pone una certa opera. Cioè qui Marx sta illustrando come funziona la fabbrica capitalistica. Non sta a livello del terzo libro de Il capitale, non sta al livello del sistema capitalistico in cui il capitalista è un agente del capitale, e quindi qui è perfettamente corretto dire che il capitalista dirige il processo. Approfondendo invece non dirige nulla perché succede che è il capitalismo che lo dirige. La FIAT può fare quello che gli pare ma se il mercato mondiale dell’auto è dominato da [alcune] multinazionali …

 

Maurizio Franceschini: No, dicevo nel modo di produzione immediato.

 

Stefano Garroni: Appunto, allora bisogna capire a che livello Marx si pone. A questo livello ha perfettamente ragione a dire che il capitalista dirige. Ma se tu sali di livello non ha più ragione infatti lui dice che il capitalista è un agente del capitale, nel terzo libro.

 

Maurizio Franceschini: Ma proprio su quelle pagine che stava ricordando Tiziano, Marx dice che dirige e controlla …

 

Stefano Garroni: Si.

 

Maurizio Franceschini: Si appropria del processo di produzione immediato e il suo compito è quello di dirigere e controllare.

 

Stefano Garroni: E infatti è così, a questo livello.

 

Maurizio Franceschini: No, perché su questa faccenda del dirigere poi ci giocano sopra perché ti dicono che il capitalista lavora… Perché poi io sono stato sempre contrario a quel vignettista che descriveva i capitalisti tutti stravaccati con il sigaro in bocca, con una donna nuda sulle ginocchia che bevevano e mangiavano, ma i capitalisti non sono così, ma nel loro sistema hanno anche il compito di dirigere per valutare il lavoro degli altri…

 

Stefano Garroni: Nell’Ottocento. Ormai no perché la fabbrica è un grande sistema burocratizzato quindi ci sono strati manageriali, burocratici ecc. che fanno tutto. Lui [il capitalista] prende i soldi. Ed è proprio quel capitalista del primo Novecento.

 

Maurizio Franceschini: Io avevo un direttore commerciale al quale piaceva fare teorizzazioni e diceva che il compito del proprietario è solo quello di scegliersi dei buoni collaboratori. Non è un lavoro semplice …

 

Stefano Garroni: Si, ma quando noi diciamo ‘lavoro’, intendiamo lavoro che produce plusvalore, e quel lavoro lì non produce plusvalore.

 

Maurizio Franceschini: Ma poi sul concetto di lavoro produttivo e improduttivo ci sta pure il fatto che il lavoro produttivo è quello che produce beni materiali, merci …

 

Stefano Garroni: No, che produce plusvalore.

 

Maurizio Franceschini: Improduttivo, almeno da quello che ho capito, Marx dice quello che non produce merci. Per esempio il lavoro del poeta.

 

Stefano Garroni: [è qualcosa] che venduta produce plusvalore …

 

Maurizio Franceschini: E il lavoro dell’intellettuale, del poeta, del letterato?

 

Pina Micucci: Se si vende è merce, se non si vende è un’altra cosa…

 

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Tiziano: Però così ci fermiamo e non concludiamo nulla se ognuno dice la sua, mentre secondo me dovrebbe intervenire Stefano e chiarire dei punti per far si che si possa andare avanti …

Per quanto riguarda il fattore vivente del processo di valorizzazione cioè la necessità di, primo: conservare il valore del capitale variabile reintegrandolo, riproducendolo, aggiunge dei mezzi di produzione una quantità di lavoro pari al valore del capitale variabile o salario.

Secondo: creare un incremento, un plusvalore, e materializzare nel prodotto una quantità eccedente di lavoro di quella contenuta nel salario. La differenza tra il valore d’uso del capitale anticipato (capitale costante e le merci) e la forma del valore d’uso del capitale del processo lavorativo, è uguale alla differenza tra il valore di scambio del capitale anticipato e l’apparenza del valore di scambio del capitale nel processo di valorizzazione. Questo avviene perché nel processo di valorizzazione il capitale costante entra nella stessa forma di valore d’uso (merce) che aveva prima di entrarvi, mentre al posto dei valori d’uso finiti, in cui consisteva il capitale variabile, entra la forza-lavoro che si valorizza in nuovi valori d’uso. Così il valore dei mezzi di produzione, cioè del capitale costante entra come tale, mentre il valore del capitale variabile (salario) non entra per niente, perché è sostituito dal lavoro vivo dell’operaio.

Per il capitalista il tempo di lavoro dell’operaio deve creare valore in rapporto alla sua durata, deve essere un tempo di lavoro socialmente utile. L’operaio, in uno spazio di tempo determinato, deve eseguire la quantità ritenuta dal capitalista normale di lavoro socialmente utile, cioè dovrà almeno raggiungere il grado medio di intensità, ma probabilmente il capitalista vorrà oltrepassare questo minimo cercando di ottenere più lavoro in un determinato spazio di tempo in modo da sostituire sempre la medesima quantità di capitale variabile (salario) sempre più lavoro vivo, aumentando l’intensità del lavoro o lo spazio di tempo in cui viene effettuato.

La forma reale del capitale nel processo produttivo viene ulteriormente modificata dal processo di valorizzazione (forma di valore d’uso). Primo: bisogna che i mezzi di produzione siano presenti in quantità sufficiente sia al lavoro necessario che al surplus di lavoro, secondo: si modifica l’intensità e l’estensione del processo lavorativo reale.

L’operaio usa i mezzi di produzione che appartengono al capitalista: essi rappresentano una delle forme del capitale fisso che si contrappone al lavoro dell’operaio. Cioè i mezzi di produzione (capitale fisso appunto) assorbono quantità di lavoro vivo il più grande possibile diventando un valore che si valorizza (capitale). In questo senso

Tiziano: […] i mezzi di produzione si pongono di fronte al lavoratore come capitale, come dominio del lavoro morto, ossia del lavoro vivo passato che è servito per costruire quel valore che si è trasformato nei mezzi stessi, sul lavoro vivo che l’operaio deve aggiungere per valorizzare questo valore precedentemente costituito

 

Stefano Garroni: Scusate qui c’è un punto importante, cioè questa contrapposizione tra il lavoro vivo e lavoro morto. Voi vedete che questa è la formulazione, come dire: il prodotto della mia attività, una volta uscito da me e oggettivato, diventa il dominatore di me. Quindi appunto la centralità di questa problematica dell’estraneazione significa che [il punto di] vista nostro è sempre quello dell’uomo che rompe il proprio isolamento, si ricongiunge riconoscendosi nella società come individuo sociale che collabora con gli altri […] e che crea un mondo che è il mondo dell’uomo però, e che quindi ha una finalità che non è il plusvalore, ma ha la finalità di accrescere l’umanità dell’uomo. Questo lo potrà fare attraverso la produzione di plusvalore ma questo plusvalore deve tradursi poi in miglioramenti delle condizioni di vita, non solo materiali.

La prospettiva economica di Marx non è contro il fatto che la produttività del lavoro aumenta, anzi, deve aumentare! Il fatto è proprio l’uso che si fa di questo aumento, cioè il fatto se l’uomo socializzato è il dominatore della cosa prodotta o il contrario. E badate che questa è la problematica centrale della dialettica. Chi dimentica questo allora può arrivare anche a pensare alla possibilità di separare Marx da Lenin (o il Marx giovane che è hegeliano dal Marx maturo che invece [non lo è]), e falsifica le cose perché questo è il problema dell’estraneazione. Nei manoscritti giovanili viene chiamato estraneazione e qui il contenuto è esattamente lo stesso: viene detto in termini economici ma questo è il contenuto.

 

Tiziano: “Come il lavoro dell’operaio da una parte appare come fatica, come consumo di forze vitali, come attività personale del lavoratore, dall’altra come creatore di valore, come oggettivazione del lavoro nel processo di produzione per il quale esso stesso diviene una delle forme del valore del capitale (quello variabile). Il lavoro dunque come forma conservativa del valore e creatrice di nuovo valore è la forza del capitale.

Si può considerare il processo di auto valorizzazione come impoverimento dell’operaio che crea valore ma è estraneo a sé stesso. Questa capacità del lavoro oggettivo di trasformarsi in capitale, in mezzi di produzione come mezzi di dominio sul lavoro vivo, appare come una proprietà inseparabile dei mezzi di produzione come cose, come valori d’uso”.

 

Stefano Garroni: Scusami. Nei Manoscritti giovanili, Marx sottolinea come nella società [moderna] più aumenta la sua capacità di produrre e più aumenta la sua situazione di espropriare. È la stessa cosa. Lì è detta estraneazione, qui non si dice estraneazione ma questo è il contenuto della cosa.

 

Tiziano: “I mezzi di produzione appaiono dunque come capitale, e il capitale che esprime un rapporto di produzione determinato, cioè un rapporto sociale, dove chi detiene le condizioni della produzione usa come oggetto, una merce, il lavoro vivo. Una merce come il valore d’uso del salario che il lavoratore riceve dallo scambio con il suo lavoro. Il dominio dei capitalisti risulta come dominio delle condizioni di lavoro – mezzi di produzione e salario – come entità estranea all’operaio sull’operaio stesso. Questo ovviamente si realizza all’interno del processo produttivo reale come produzione di plusvalore, compresa la conservazione del valore originario nel complesso del processo di auto valorizzazione del capitale anticipato.

Nella circolazione, capitalista e operaio, si oppongono come venditori di merci, anche se l’operaio entra nel processo produttivo come uno dei valori d’uso assunti dal capitale. Il capitalista diventa tale quando l’operaio gli vende la sua capacità lavorativa ed entra realmente nel processo produttivo sotto il suo comando. Da questo risulta che la funzione del capitalista è quella del capitale che si valorizza, per cui lo impersona, mentre la funzione del lavoratore è quella di impersonificare il lavoro – pena e sforzo - che per il capitalista è la sostanza che crea e moltiplica ricchezza che viene incorporata al capitale, al processo produttivo come suo fattore vivente e variabile

 

Stefano Garroni: Scusami: pena e sforzo - Arbeit/Mühe in tedesco – è espressione di Hegel. Qui è accennato un tema che in realtà è politico: la differenza tra momento della circolazione e momento della produzione è la differenza tra il momento in cui – io operaio – sono il capo della merce e lui capitalista è il capo del salario. [Ugualmente] io vado nella cabina elettorale e voto come vota lui: una testa un voto. Però sotto questa apparenza c’è il processo di produzione, e una volta che lui ha comprato la mia forza-lavoro la succhia e tira fuori più di quello che mi ha dato. Analogamente io vado nella cabina elettorale e che cosa porto? Quello che la televisione mi ha messo dentro.

Voglio dire che questo punto di vista formale che non entra nel concreto dei rapporti umani, questo è caratteristico della borghesia. E non è per caso che quando loro parlano anche oggi di diritti umani non parlano mai di disoccupazione: non entrano nel concreto della vita, ma nel rapporto puramente formale, giuridico. Ed è la differenza tra circolazione e produzione.

 

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Paolo Massucci: Anche la differenza tra democrazia formale e democrazia sostanziale …

 

Stefano Garroni: Certo, ma ha questa radice oggettiva.

 

Tiziano: “Il dominio dei capitalisti sui lavoratori è quindi il dominio delle cose sugli uomini, del lavoro morto su quello vivo, del prodotto sui produttori, perché le merci, come mezzo di dominio del capitale, diventano mezzi di dominio sugli operai e sono il risultato del processo produttivo.

Nella produzione materiale, che è il processo di processo di vita sociale reale si manifesta lo stesso rapporto che si trova sul piano ideologico nella religione, cioè il trasferimento del soggetto nell’oggetto e viceversa. Questo passaggio è storicamente determinante nello sviluppo delle forze produttive volte all’accumulamento e concentrazione della ricchezza, e secondo Marx è un passaggio obbligato per creare la base di una società umana libera

 

Stefano Garroni: Si, insistiamo bene su questo fatto: il meccanismo della società capitalistica è intimamente religioso proprio perché fa dell’oggetto esterno il dominatore: l’uomo crea un mondo ma questo mondo diventa dominatore dell’uomo. L’uomo crea dio - vi ricordate quell’articolo del filosofo greco che diceva che se le mucche avessero un dio lo raffigurerebbero come una mucca: ecco, qui la mucca ha creato la mucca ma questa mucca creata è diventata un ente dominante. Questo è il meccanismo profondo del sistema capitalistico: non è vero che la società capitalistica, nella sua dinamica è [antireligiosa], al contrario!

Poi c’è tutta quella tradizione positivistica ecc. che dice “sviluppiamo l’industria [e distruggiamo] i meccanismi profondi dell’ignoranza e della superstizione”.

 

Tiziano: “Mentre l’uomo in un primo tempo passa attraverso la contraddizione religiosa che pone la spiritualità come potenza indipendente da sé, così deve passare attraverso il processo di alienazione del suo proprio lavoro”. La [scienza] secondo lui produce un superamento di questa fase, cioè come l’uomo si emancipa dalla religione, allora per emanciparsi dal capitalismo deve passare per forza attraverso un quadro di produzione capitalista.

 

Stefano Garroni: Se una società socialista deve liberare l’uomo dal lavoro materiale, deve ridurre i tempi di lavoro per dare all’uomo maggiore possibilità di studio, di [partecipazione] politica ecc., deve essere basata su una tecnologia estremamente sviluppata. E questo ha bisogno – per realizzarsi – di una società infame come quella capitalistica in cui l’interesse privato domina su tutto e inventa gli strumenti più terrificanti per succhiare lavoro umano. In questo senso diventa una fase necessaria. Ovviamente non sta scritto da nessuna parte che sia necessaria, e anche qui stiamo attenti perché […] può avvenire una deformazione: “il capitalismo è quel passo necessario per… poi il socialismo è il passo necessario per…”, secondo una visione deterministica.

Ora però, anche sul Manifesto si vede un’altra cosa, e cioè: se si combinano una serie di fattori, allora nasce il capitalismo. E una volta nato ha una certa legge, una certa logica e produce dei risultati, ma [solo] se si combinano una serie di fattori.

Per esempio è molto importante che la Cina nel periodo in cui in Europa […] ha costituito in uno spazio infinito tale per cui [questi fattori] non si combinano, non si intrecciano uno con l’altro: non nasce il capitalismo. Allora questo significa appunto non un determinismo. Se si determina una situazione capitalistica allora si afferma la logica del capitalismo: produttività, succhiare il lavoro ecc., e questo crea la base – se riusciamo a fare il socialismo – per un altro tipo di società.

 

Tiziano: “L’unico totalmente appagato da questo processo di alienazione è il capitalista. L’operaio ne è vittima e lo avverte come processo di asservimento e perciò gli si pone in rapporto di ribellione.

Il processo di produzione è per il capitalista il mezzo attraverso il quale realizzare l’autovalorizzazione del capitale (la produzione del plusvalore), dove perde importanza il rapporto sociale che pure è il rapporto di produzione, assegnando un fine astratto che fa sembrare il capitalista nella stessa maniera di cui l’operaio, cioè quando nella circolazione il capitalista compra la capacità lavorativa dell’operaio che è la premessa necessaria dello sviluppo del reale processo riproduttivo dove l’impersonificazione del capitale è il capitalista (il possessore di merci) e l’impersonificazione del lavoro è l’operaio. Dunque in questo primo rapporto l’apparenza è quella del fronteggiarsi di due possessori di merci. Questo per Marx è premessa e risultato del capitalismo.

Questo processo di produzione è unità immediata del processo lavorativo e processo di valorizzazione, così il suo risultato immediato (la merce) è unità immediata di valore d’uso e di valore di scambio. Il processo di produzione è un mezzo per la valorizzazione, la produzione di plusvalore, cioè oggettivazione di lavoro non pagato. Questo è per Marx il carattere del processo produttivo”.

 

Stefano Garroni: Quell’osservazione: “Questo è il momento di inizio e finale”. Fai conto, l’immediato rapporto che poi si disarticola, si sbriciola ecc., e poi alla fine si ricongiunge. Questo è un altro tema importante che è hegeliano […]

 

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Pina Micucci: Scusa Stefano ma io non ho capito il terzo punto sul rapporto di produzione e il rapporto di lavoro salariato, cioè è una forma, come dire, automatica?

 

Stefano Garroni: Si ripropone lo scambio forza-lavoro salario, si ripropone la situazione di espropriazione dei mezzi di produzione da parte del lavoratore che è condizione fondamentale perché il lavoratore andava al mercato a vendere la forza-lavoro, per cui la concentrazione dei mezzi di produzione …

Ti ricordi quell’imbecille della segretaria di Rifondazione?

 

Pina Micucci: Sentinelli?

 

Stefano Garroni: Ecco brava. Questa disse che la libera concorrenza era l’opposto del monopolio, che è una stronzata perché la libera concorrenza implica la separazione dell’operaio dai mezzi di produzione, il monopolio borghese dei mezzi di produzione e allora fanno la libera concorrenza dicendo: “Io ti do dieci lire per il salario” e tu dici: “No, io ne voglio undici”, e quello dice: “Allora prendo quell’altro che se ne prende cinque”. E questa era la segretaria di Rifondazione.[…]

 

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Paolo Massucci:[…]il plusvalore è il saggio di sfruttamento dell’operaio, mentre il saggio di profitto, siccome nel denominatore di questo rapporto c’è anche il capitale costante, il saggio del profitto ovviamente tiene conto sia del saggio di sfruttamento dell’operaio, ma tiene conto anche del grado di avanzamento dell’efficienza delle macchine.

 

Stefano Garroni: Qui è interessante che si nasconde una contraddizione. Fai conto che il tuo problema sia quello di trasportare delle camice dal sud Corea in Europa, e che tu debba pagare per esempio delle società di trasporto di merce. Allora a questo punto non è vero che io incasso la differenza tra il lavoro prodotto e quello che ho pagato con i salari, ma la differenza tra il lavoro prodotto e quello che ho pagato ma defalcato delle spese di trasporto.

Allora quello che al capitalista poi interessa è il saggio di profitto il quale è legato al saggio di plusvalore, ma a volte il saggio di profitto può entrare in contraddizione con il saggio di plusvalore.

 

Paolo Massucci: Quindi il saggio di profitto tiene conto - oltre che dello sfruttamento dell’operaio – anche con quale efficienza riesco a realizzare il capitale morto?

 

Stefano Garroni: Aspetta un momento, perché l’efficienza dell’utilizzo del capitale costante [dipende] dallo sfruttamento della forza-lavoro. Per esempio io stabilisco dei ritmi di lavoro estremamente intensi per cui quel certo numero di operai produce, usando quel capitale costante, una massa di lavoro. Qui il capitale costante – per così dire - ha prodotto moltissimo, più che in altre situazioni, perché io ho determinato un rapporto con i lavoratori tale per cui i tempi di lavoro sono massacranti, ho la possibilità, se questi muoiono, di prenderne degli altri, per esempio sono neri, sono somali ecc., per cui dico: “Va beh, muoiono? Mi prendo quegli altri e non me ne frega niente” ecc. Per cui la situazione del tasso di profitto, appunto dobbiamo sempre vederla a livello mondiale non a livello della singola fabbrica.

Allora certo, io posso avere la fabbrica in Somalia e sfrutto i lavoratori in un certo modo, però poi il mercato è quello mondiale. Allora se negli Stati Uniti c’è una fabbrica che ha uno sviluppo tecnologico incredibile con pochi lavoratori che operano anche con salari più alti rispetto a quelli somali, però con uno sviluppo tecnologico incredibile, questo immette sul mercato una quantità di merce enorme rispetto a me, e la singola merce costerà molto di meno della mia.

Allora io per determinare il mio saggio di profitto devo fare i conti con la differenza tra quello che vende (e quindi guadagna) l’imprenditore americano e quello che guadagno io.

Allora la questione, se noi la vediamo a livello mondiale non è lasciata al libero arbitrio dello sfruttamento, ma dello sfruttamento nelle condizioni di sviluppo tecnologico e di potere politico in generale. Perché anche il potere politico, per esempio io posso avere il controllo di certe zone di mercato […] e incide ovviamente anche sul tasso di profitto.

 

Pina Micucci: Certo, però siccome al capitalista interessa il profitto alla fine …

 

Paolo Massucci: Il capitale è lavoro oggettivato quindi …

 

Stefano Garroni: Stai attento che quando noi facciamo queste considerazioni trascuriamo un terzo elemento che Marx poi sottolinea: cioè non si tratta semplicemente del fatto che il mio lavoro applicato alla macchina produce più di quanto è stato pagato, ma il mio lavoro si coniuga con il suo, con il suo e con il suo, e questa collaborazione di lavori potenzia la produttività del mio lavoro.

Allora succede che capitale costante, collettivo di lavoro, organizzazione della fabbrica, sfruttamento del singolo operaio: tutti questi fattori determinano il tasso di profitto. […]

 

Maurizio Franceschini: Questo è l’esempio che fa Adam Smith con il fatto degli spilli che dividendo le varie operazioni si producevano questi spilli, però sul tasso del profitto c’è pure una cosa interessante che si viene a creare col fatto che la produzione più si sviluppa e più il capitale costante aumenta e quindi oggi andremo a ritmi pazzeschi, apposta c’è bisogno di un terzo mondo dove tu puoi scaricare perché quando apri una fabbrica già è vecchia perché c’è quell’altro che ha cominciato dopo di te …

 

Stefano Garroni: Attento che questa è una discussione che nel Novecento aveva interessato i maggiori marxisti, tra cui la Luxemburg. Il discorso sulla necessità dell’esistenza [di un mercato fuori] dal circuito capitalistico e che serva a scaricare le merci capitalistiche, sennò nel mondo capitalistico il sistema sarebbe [in crisi].

[Lenin] non è d’accordo con la tesi della Luxemburg, la quale ha questo difetto di vedere la contraddizione fondamentale non all’interno del sistema, ma esterno al sistema, [il terzo mondo]

Il problema invece è un altro, e cioè la crisi del capitale fondamentalmente è crisi di sovrapproduzione, per le ragioni che dicevi tu: la concorrenza determina un forte sviluppo tecnologico e [quindi le crisi]

Sui [modi di uscita] dalle crisi gli economisti borghesi ci hanno studiato molto bene [e dicevano]: “Distruggiamo il capitale quindi creiamo la necessità di ricostituirlo quindi ridiamo movimento a tutta quanta la situazione”, e lui fa tutta una serie di esempi di tappe della storia del capitalismo in cui la fuoriuscita dalla crisi …

 

Interventi confusi: La discussione volge su un articolo sull’Internazionale di un difensore del capitalismo

 

Stefano Garroni: […]se per il mantenimento in vita del capitalismo è necessaria l’esistenza di un mondo non di merci, allora la contraddizione fondamentale non è interna al sistema capitalistico. Cioè questo dice che il capitalismo avrebbe bisogno di un mondo non capitalistico su cui scaricare …

 

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Stefano Garroni: In effetti una delle leggi dell’economia marxista è [la legge] dello sviluppo combinato, il che significa che [ci sono] differenze di sviluppo che per esempio consentono anche sovrapprofitti, e consentono anche di capire che per esempio: “Noi in Messico dobbiamo votare contro l’arretratezza del Messico e quindi il nostro obiettivo è quello della rivoluzione democratica”. No! Sei un fregnone perché l’arretratezza del Messico dipende dalla non arretratezza degli Stati Uniti: sono le due facce della stessa medaglia quindi la tua lotta è contro l’imperialismo e non per la democrazia, ma per la dittatura del proletariato. Questo è uno dei punti di differenza radicale tra Stalin e Trotskij. Voi vedete che ancora oggi gli stalinisti, o formati stalinisticamente, parlano sempre di due fasi: c’è una fase di lotta democratica e superata questa si può passare alla lotta per il socialismo. Il che implica che esista un mondo in cui tu puoi separare momento della democrazia e momento per il socialismo. Ma il momento della democrazia nei paesi sottosviluppati… [questi] sono tali perché quegli altri sono sviluppati. L’arretratezza del Messico dipende dagli Stati Uniti, allora tu devi combattere gli Stati Uniti.

 

Maurizio Franceschini: Lo sviluppo ineguale dei paesi poi crea tensioni …

 

Stefano Garroni: Non solo ma poi è interessantissimo che questo problema dello sviluppo ineguale, appunto, a differenza di come diceva la Luxemburg, non si distribuisce geograficamente: gli Stati Uniti sviluppati e il Messico non sviluppato. Nel Messico ci sono delle zone altamente sviluppate, e negli Stati Uniti delle zone arretrate. In Brasile esistono delle fabbriche tecnologicamente meravigliose ma la maggioranza della gente vive con un euro al giorno. Allora questo sviluppo combinato è interno al singolo paese e nella sfera del mondo tutto intero.

Qui si capisce anche il problema della centralità della classe operaia che è il fatto che qui non c’è da battere l’arretratezza e poi da battere il capitalismo. No! Qui il [problema] è il capitalismo, e il nemico del capitalismo è la classe operaia. Tu puoi partire dai contadini, dai disoccupati, da dove ti pare a te, ma devi muovere la classe operaia perché è questa che blocca la produzione capitalistica. Questo è il cuore della faccenda.

 

Pina Micucci: Questa ottica poi è condivisa da tutti questi partiti, perché tu dicevi rispetto a Stalin, ma loro sono antistalinisti perciò poi …

 

Stefano Garroni: Scusa questa è una cosa interessante perché ovviamente Stalin è una figura complessa anche in questo senso: che lui vive in un’epoca in cui l’Unione Sovietica si deve difendere. Ha un senso forte della propria debolezza economica e militare e si deve difendere da un mondo che la vuole sbranare, quindi è chiaro che Stalin fa una politica di destra perché non può fare una politica di sinistra, e solo facendo una politica di destra riesce a mantenere l’URSS. Allora il riformista socialdemocratico alla fine coincide, solo che le finalità sono un po’ diverse insomma.

 

Paolo Massucci: Qualsiasi giornale di regime che magari appoggia un paese o un altro perché si dice che lo sviluppo del sistema capitalistico dovrebbe portare un miglioramento delle condizioni di sottosviluppo. Sappiamo che non solo il sistema capitalistico non fa questo ma aumenta la ricchezza di pochi e la povertà della massa, ma non solo il capitalismo produce questo, ma si basa anche su questo, perché il capitalismo si basa sul possesso da parte di pochi di ricchezza e mezzi di produzione. E su una grande massa che necessita del salario per vivere, più è povera e più è costretta ad accettare un salario minimo, per cui è proprio il contrario.

 

Stefano Garroni: Quella simpatica persona di Veltroni in una riunione diceva che il modello di sviluppo era il nord-est. Allora io gli dissi: “Imbroglione!”: sono venuti quelli del servizio d’ordine. Perché è proprio questo il discorso: “Gli Stati Uniti hai visto come son bravi? Dobbiamo fare come loro!” o il nord-est ecc.[…]

 

Stefano Garroni primo ricercatore CNR ed ex docente di filosofia a “La Sapienza” università di Roma: collettivo di formazione marxista “Stefano Garroni”. Per avere informazioni di ogni genere o anche segnalazioni per eventuali errori è possibile contattarci

 

 



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